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Posts Tagged ‘Raccontare’

Il mondo da quassùFrastornante.
Frastornata.
Il fumo dell’incenso si spande a chiazze per l’enorme piazza Jamaa el Fna. Profumo di chiesa e di serpenti.
E’ praticamente impossibile camminare senza lasciarsi trasportare da quel maledetto tamburo che sa Dio chi lo sta suonando…Tutti. Nessuno. L’unica cosa sicura è che tu stai ballando, anche se non lo vedi. Anche se non sembra. Ma tu lo senti.

Ogni passo è ritmo. Ogni battito di ciglia è colore. Ogni soffio di vento è odore. Puzzo o essenza. Non importa. C’è e lo vivi. Questo basta a farti sembrare tutto magico.
Marrakech. La città rossa.
E se ogni scrittore l’ha chiamata così, un motivo esiste ed è ben tangibile, con tutti i tuoi sensi.
Ma chi ne risente di più sono i nostri occhi.
Ogni muro, ogni casa, ogni tetto. Ogni riflesso di qualsiasi volto ha il colore del tramonto. Tramonto d’Africa.
È una sfumatura che non vedrai uguale da nessun’altra parte.
Terra di fuoco. Solo il cielo ha il colore dei nontiscordardimè. E la guerra di toni che nasce è d’un sublime incantante. Come i flauti gnawa che gridano in faccia ai serpenti, tra la polvere, in terra.
Sarò sciocca ma, a vedere il tamburo che sventola davanti ai miei occhi, mi sento anch’io un po’ un cobra che ondeggia ma non morde. Lo spazio della piazza è enorme ed al di sopra della stessa si ramifica l’albero infinito dei souk.
Un passo ancora e ci sei. Dentro. Ogni buco è un mondo di tela che si svela di fronte ai nostri occhi. Un affresco di tempera pura, densa ed acre alle narici, voluttuosamente irresistibile al tatto. Camminare qui è una danza continua con un tortuoso passo di samba d’Atlante e l’abilità sta tutta nello schivare carri, motorini e corpi di passaggio. Proprio come te.
E nel rifuggire la tentazione di addentrare lo sguardo a scoprire il bazar di meraviglie che si nasconde in bella mostra tutto intorno alla tua vita.
Mai quel poco di più. Perché sarebbe sicuramente troppo.

Marrakech diabolica e magnifica.
Colma e strabordante di cuoio e tappeti, di legni e ceramiche. Di babbucce e kaftani. Di teli gonfi di colore stesi ad asciugare sopra la tua testa sacra. Di spezie ed odori. E massaggi al collo.
Il tè alla menta di Hamid ci ritempra lo spirito: carico di foglie e zucchero, per chi non è avvezzo al whiskey marocchino potrebbe equivalere ad un buon pasto. Così anche la mia lingua non sarà gelosa di tutto il resto del giorno.
Buio. Eppure un adorabile caldo sulla pelle. Tutta.
È ottima l’occasione per addentrarsi nel cuore più vivo e pulsante di tutta la Medina.
Jamaa el Fna. L’assemblea del morto. La moschea che non c’è più. Centinaia di piccole bancarelle bianche nella notte fuligginosa hanno preso già il posto del vuoto sotto uno spicchio di luna che, opaco sulla direttrice della Koutoubia mi fa un po’ sorridereTe verde. Migliaia e migliaia di cappucci sul capo che formicolano intorno a me ed insieme a me, seguendo chi il fumo di un arrosto di montone, chi il vapore di un cous cous o d’un tajine ben speziato.
Cumino.

E tè alla menta. L’ennesimo. Il mio.

<Vieni, vieni alla mia bancarella!
È la migliore di tutta la piazza!
Ricordati: numero 16!
>
Numero 16…numero 16…
Numero 37.
28.
…83,59,11,44…
È un horror vacui delle sensazioni.
E sono tatuatrici all’hennè, cantastorie berberi “un dirham per il finale”, musica, serpenti, le arance spremute con copia davanti ai tuoi occhi e le api che volano sui datteri dolci e sulle albicocche secche. Ancora a quest’ora.
Donne fasciate da un jeans o avvolte da un velo clemente solo con gli occhi, costantemente striati di kajal. Nero. La vera notte si specchia sugli occhi, confusa là fuori da un mondo rossiccio da millenni.

[Marrakech, Marocco. 04-08 Dicembre 2007]

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Castello di EdimburgoIl titolo mi viene in mente grazie al primo messaggio della prima giornata, appena, tirata indietro l’ora e messo il formidabile stivale – eh, sì…stivale! Come non smentirsi mai… – sul terreno Caledone, mia madre domanda “Come stai? Tutto bene? Fatto buon viaggio? …E i tre moschettieri???“.

Automaticamente sorrido e mi sento molto D’Artagnan.

Come nei miei desideri di bambina.

 

Solo il tempo di rassettare i sogni.

Il tempo di bloccare il ricordo, perché il più bel viaggio è quello che non finisce.

 

Edimburgo mi ha stupita per le sue case sostanzialmente nere come i corvi sugli alberi del cimitero, dove le lapidi si piegano al vento ed al sole delle mille stagioni, che usano alternarsi in una sola ora.

Quell’aria gelida che ti si sferza contro, mentre fischietti “Scotland the brave” ormai per inerzia, mentre cammini sforzandoti di andare avanti o sorretto da quello che è ben più che uno spiffero sulle spalle.

Noi eravamo lì, sulla rocca del castello, a contemplare le nuvole sfumate alla perfezione sul Firth of Forth, ad asciugarci le labbra dalla pioggia, ad esplorare gli anfratti della roccia, dove l’uomo si unisce alla terra e dove il segno di un passaggio si confonde tra le venature di una porta di legno.

 

Mescolàti in una tavolozza di brutto e bel tempo, quando l’ombrello è un inutile fronzolo pronto a tradirti, rivoltandosi come un calzino.

 

Ma per le salite, che stento ancora a convincermi che si possano trasformare in discese, la stanchezza è mai tanta che non puoi che prendere tutto con una risata.

Senza pensarci troppo su. E la birra in tutto questo, un po’ ti aiuta.

Il pub è una vita parallela in Scozia, l’aldilà della giornata: il giovane ed il vecchio, con o senza orpelli, siedono accanto, gomito a gomito – magari un po’ alzato, all’occorrenza – sullo stesso asse, sul medesimo bancone.

E se io mi stupisco e scatto foto alle bottiglie infinite dietro le spine…c’è chi preferisce passare alla soddisfazione del palato.

Con minor gioia del fegato.

 

La Scozia la musica ce l’ha nell’anima.

Sono partita per seguire una due giorni di festival e sono tornata riconoscendo che il festival è ovunque e sempre.

Il roll lo scozzese lo nasconde nel sangue, oltre che nella voce di Karen (un’ora piena prima di capire l’accento orcade) ed è riuscito anche a contagiarne Josè Gonzalez, evidentemente Edimburghese d’adozione, in un’accoppiata perfetta con il vecchietto innominato che ha concluso la sua serata in un magnifico exploit di danza tradizionale, una volta poggiato uno dei mille whisky sulla botte raffazzonata a tavolo.

Il colpo però è quasi venuto a me nel battere le mani per contribuire al ritmo.

 

La piccola alcova nella zona neoclassica si riconosce subito per le due lanterne rigorosamente nere sul muro bianco. Bianco come il cielo di Milano le mattine d’aprile, perché paragonarlo alla neve, ormai, è venuto ad essere banaloccio. E non si poteva sfuggire al rito, forse un po’ troppo British per queste parti, di un invito a gustare il nella nostra ristrettissima dimora, sfruttando al massimo, secondo la sacra religione survivor, il bollitore delle “tea and coffee facilities”.

Con un velo di latte”, però.

 

Le mani sull’arpa e cento altre arpe ancora, la vecchietta che si prodiga a darci le informazioni, la palla di cannone che cerco anche se non c’è, il cappellino di tartan tanto agognato e il “bus-driver” che si complimenta per il colore, i suonatori di cornamusa e “scotland the brave” ormai perennemente anche nei sogni, l’odore di pipa e tabacco, i vostri sorrisi ed i miei.

Il giorno e la notte a dire cose proprio…Neandertalish!

Il profumo di birra e il sapore del salmone, che ora non mangerei altro…

 

I tuoi disegni in aereo e le espressioni buffe.

Riccioli lunghi.

Profumo di pipa e di matita.

 

I tuoi pensieri ad alta voce e le tue parole.

Occhi celesti.

Profumo di pipa e di carta stampata.

 

Le carezze alle mie gambe stanche ed i tuoi boccoli dove da sempre si perdono le mie mani…sono quasi neri.

…Proprio come la rocca del castello.

 

I miei ricordi, incatenati al cuore.

Ed il viaggio non potrà mai finire.

 

 

[Edimburgo, Scozia; 27 marzo – 1° aprile 2008]

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Raccontare e raccontarsi…Per la stessa ragione del viaggio:
Viaggiare.
(Khorakhané – F. De André)

Non ho mai amato le partenze.

Mi rendo conto che sono giorni che continuo a ripetermelo, a scriverlo, a registrarlo.

E pensare al termine di questa magnifica seconda vita che è l’Erasmus, dopo essere appena tornata dall’aeroporto a salutare l’ennesimo paio di occhi che prende il volo, di certo non aiuta a dare una sferzata di positività a questa riflessione.

In effetti, è inutile negarlo…non le ho proprio mai amate. Neppure quando si tratta di un foglio bianco su cui iniziare ad imprimere delle catene di pensieri. Ma è pur vero che non ho nemmeno mai saputo far a meno di partire. Nè di scrivere.

In una sorta di vortice masochistico mi sono sempre ritrovata in viaggio e con una penna in mano, a cercare…non so nemmeno io cosa. Probabilmente a tentar di scovare nuove parole per raccontare. E per raccontarmi.

Un caro amico partito e mai tornato (senza farla troppo tragica: ha trovato l’amore ed è rimasto in altri lidi) mi accennava alla pericolosità del “Germe del Viaggio”. Quando ti morde, ti infetta…e tu non puoi più farne a meno.

Nulla di più vero. Ne divengo cosciente giorno dopo giorno, con la constatazione che quest’avventura meravigliosa mi ha talmente accelerato il sangue nelle vene che la pressione ha spinto queste due passioni fino ad inondarmi l’anima.

Così mi ritrovo (momentaneamente!) su un divano verdolino di epoca decisamente post-sovietica nel mio appartamentino estone a rimettere a posto i flussi di coscienza della mia testa matta.

Davanti a me una tastiera, valido surrogato della penna quando non sai sotto quale maglione sia finita; accanto, posata sull’entropico pavimento, la mia reflex con qualche obbiettivo sparso; tutt’intorno, Tallinn, con i suoi tetti aguzzi, il cielo azzurro ed il ricordo della neve ormai sciolta.

E dentro? Quella è l’unica cosa di cui non sono certa. Mille e mille racconti: originali, citati, vivi e inesistenti, poetici e pragmatici…s’intersecano come i cammini della folla di luglio su una spiaggia.

Un acceso mix per lasciare le mie orme sulla sabbia.

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