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Castello di EdimburgoIl titolo mi viene in mente grazie al primo messaggio della prima giornata, appena, tirata indietro l’ora e messo il formidabile stivale – eh, sì…stivale! Come non smentirsi mai… – sul terreno Caledone, mia madre domanda “Come stai? Tutto bene? Fatto buon viaggio? …E i tre moschettieri???“.

Automaticamente sorrido e mi sento molto D’Artagnan.

Come nei miei desideri di bambina.

 

Solo il tempo di rassettare i sogni.

Il tempo di bloccare il ricordo, perché il più bel viaggio è quello che non finisce.

 

Edimburgo mi ha stupita per le sue case sostanzialmente nere come i corvi sugli alberi del cimitero, dove le lapidi si piegano al vento ed al sole delle mille stagioni, che usano alternarsi in una sola ora.

Quell’aria gelida che ti si sferza contro, mentre fischietti “Scotland the brave” ormai per inerzia, mentre cammini sforzandoti di andare avanti o sorretto da quello che è ben più che uno spiffero sulle spalle.

Noi eravamo lì, sulla rocca del castello, a contemplare le nuvole sfumate alla perfezione sul Firth of Forth, ad asciugarci le labbra dalla pioggia, ad esplorare gli anfratti della roccia, dove l’uomo si unisce alla terra e dove il segno di un passaggio si confonde tra le venature di una porta di legno.

 

Mescolàti in una tavolozza di brutto e bel tempo, quando l’ombrello è un inutile fronzolo pronto a tradirti, rivoltandosi come un calzino.

 

Ma per le salite, che stento ancora a convincermi che si possano trasformare in discese, la stanchezza è mai tanta che non puoi che prendere tutto con una risata.

Senza pensarci troppo su. E la birra in tutto questo, un po’ ti aiuta.

Il pub è una vita parallela in Scozia, l’aldilà della giornata: il giovane ed il vecchio, con o senza orpelli, siedono accanto, gomito a gomito – magari un po’ alzato, all’occorrenza – sullo stesso asse, sul medesimo bancone.

E se io mi stupisco e scatto foto alle bottiglie infinite dietro le spine…c’è chi preferisce passare alla soddisfazione del palato.

Con minor gioia del fegato.

 

La Scozia la musica ce l’ha nell’anima.

Sono partita per seguire una due giorni di festival e sono tornata riconoscendo che il festival è ovunque e sempre.

Il roll lo scozzese lo nasconde nel sangue, oltre che nella voce di Karen (un’ora piena prima di capire l’accento orcade) ed è riuscito anche a contagiarne Josè Gonzalez, evidentemente Edimburghese d’adozione, in un’accoppiata perfetta con il vecchietto innominato che ha concluso la sua serata in un magnifico exploit di danza tradizionale, una volta poggiato uno dei mille whisky sulla botte raffazzonata a tavolo.

Il colpo però è quasi venuto a me nel battere le mani per contribuire al ritmo.

 

La piccola alcova nella zona neoclassica si riconosce subito per le due lanterne rigorosamente nere sul muro bianco. Bianco come il cielo di Milano le mattine d’aprile, perché paragonarlo alla neve, ormai, è venuto ad essere banaloccio. E non si poteva sfuggire al rito, forse un po’ troppo British per queste parti, di un invito a gustare il nella nostra ristrettissima dimora, sfruttando al massimo, secondo la sacra religione survivor, il bollitore delle “tea and coffee facilities”.

Con un velo di latte”, però.

 

Le mani sull’arpa e cento altre arpe ancora, la vecchietta che si prodiga a darci le informazioni, la palla di cannone che cerco anche se non c’è, il cappellino di tartan tanto agognato e il “bus-driver” che si complimenta per il colore, i suonatori di cornamusa e “scotland the brave” ormai perennemente anche nei sogni, l’odore di pipa e tabacco, i vostri sorrisi ed i miei.

Il giorno e la notte a dire cose proprio…Neandertalish!

Il profumo di birra e il sapore del salmone, che ora non mangerei altro…

 

I tuoi disegni in aereo e le espressioni buffe.

Riccioli lunghi.

Profumo di pipa e di matita.

 

I tuoi pensieri ad alta voce e le tue parole.

Occhi celesti.

Profumo di pipa e di carta stampata.

 

Le carezze alle mie gambe stanche ed i tuoi boccoli dove da sempre si perdono le mie mani…sono quasi neri.

…Proprio come la rocca del castello.

 

I miei ricordi, incatenati al cuore.

Ed il viaggio non potrà mai finire.

 

 

[Edimburgo, Scozia; 27 marzo – 1° aprile 2008]

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