Tallinn, lumi ja lilled…Tallinn, la neve ed i fiori.
Appena iniziato il mio periodo in questa città tanto gelida quanto affascinante, due cose mi sono saltate all’occhio. Subito.
La prima…beh…planando sulla pista dell’aeroporto “Ulemiste” intorno alle 17:30 di sera, dopo aver attraversato la densa linea che spacca in due il mondo – di là il sole, di qua la notte -, sarebbe stato davvero impossibile non notarla. Neve. Una marea, un mantello morbido di neve bianchissima che avvolge la terra, gli alberi e le case illuminate di arancione, con un effetto che, a circa 500 metri di altezza, ricorda i tuoi sogni di quando credevi ancora a Babbo Natale.
La seconda forse è meno evidente. Si tende a cercare con l’occhio la parola “birra”, quando sei al Nord…un po’ per luogo comune (a cui rimane uno spesso fondo di verità) un po’ perché con i -15°C là fuori, una discreta voglia di alcol e di caldo ti viene.
Io, ad esempio, vengo assalita da un insensato desiderio di vin brulé ogni volta che torno a casa e non sento più le mani, nonostante il doppio guanto.
…Bene, mi sono concessa una digressione…
La seconda cosa che, se presti un minimo di attenzione, noterai sicuramente sono loro. I fiori.
Passeggiando per la città nei giorni successivi al mio arrivo, mi è rimasto impossibile non meravigliarmi di fronte alla stupenda eleganza delle rose bianche o alla fresca vivacità di quelle screziate di giallo nei pressi dell’antica porta di Viru. Un intero lato della strada che conduce alla Vanallinn – la città vecchia – è dedicato solo ed esclusivamente a piccoli negozietti di fiori. Soprattutto rose.
Ed è meravigliosa la disinvoltura con cui aprono prestissimo al mattino, intorno alle 6:00 – 6:30. E se ci passi durante quelle nevicate un po’ così…quelle che ti buttano la neve sulle ciglia e ti lavano il viso con un solo fiocco…allora sembra un acquerello. Sai quelli belli…un po’ cittadini…un po’ invernali..?
Fine Ottocento.
E se aggiusterai lo sguardo all’infinito, vedrai la neve in fiore.
[Tallinn - Estonia, primo racconto dell'inizio dell'Erasmus, Febbraio 2009]
I passerotti dal capino grigio fanno da eco al delizioso profumo delle colazioni che ci prepara Rachida. Si poggiano sulla fontana del patio, all’interno del Riad, e si fanno ammirare dispettosamente fintantoché non ti salta in testa la malsana idea di fotografarli.
Mi cade un mito: “Il cammello ha una gobba sola“. Tra me e me, continuo a dubitare.
Frastornante.
. Migliaia e migliaia di cappucci sul capo che formicolano intorno a me ed insieme a me, seguendo chi il fumo di un arrosto di montone, chi il vapore di un cous cous o d’un tajine ben speziato.
Il titolo mi viene in mente grazie al primo messaggio della prima giornata, appena, tirata indietro l’ora e messo il formidabile stivale – eh, sì…stivale! Come non smentirsi mai… – sul terreno Caledone, mia madre domanda “Come stai? Tutto bene? Fatto buon viaggio? …E i tre moschettieri???“.







